mercoledì

lII Domenica di Quaresima - Commento tratto da omelia di P.Ermes Ronchi

Credete voi che quei diciotto sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. Un tale aveva un fico nella vigna e venne a cercarvi frutti., ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime...
acconti di morte, nel vangelo, e grandi domande. Che colpa avevano quegli uomini? È Dio che guida la spada? Gesù prende le difese sia di Dio, sia degli uccisi: non è Dio che arma la mano di Pilato, che aggiunge sangue a sangue, che abbatte torri; non ci sono colpe segrete da punire. «Dov'era Dio?». Ci domandiamo tutti nel giorno del dolore innocente. Dio era lì, certamente. Ma non si frappone fra vittima e carnefice, è ancora crocifisso con la vittima; non spezza le lance degli uccisori, ne è trafitto insieme. Questo io so: Dio si coinvolge. Potente come l'amore. Impotente come l'amore. Perché può solo ciò che l'amore può. E agisce là dove nascono paura e forza e pietà e conversione. Dio sta nel riflesso più profondo delle lacrime, a farsi confine alle tue lacrime, con la speranza. Con la risurrezione. Crocifisso nei suoi figli sulle infinite croci della terra.
Se non vi convertirete, perirete tutti. La gente va da Gesù a porgli problemi d'altri ed è richiamata a guardarsi dentro. Abbiamo visto due torri crollare, un 11 settembre , ma vi abbiamo letto solo un evento storico, evento d'altri, e non un appello alla nostra conversione. Dov'era Dio? No. Dov'era l'uomo, quel giorno? Se l'uomo non cambia, se non imbocca altre strade, se non si converte in costruttore di alleanza e di libertà, questa terra andrà in rovina perché fondata sulla sabbia della violenza e dell'ingiustizia. Se non vi convertirete, perirete tutti. Forse non nel fragore delle torri, ma nel dramma silenzioso della sterilità. L'ultima parabola mostra Dio che viene nella pazienza di un contadino: «Voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto». Ancora un anno, ancora un giorno, la speranza smuove il calendario, rilancia la vita. «Forse, l'anno prossimo porterà frutto». In questo forse c'è il miracolo della pietà divina: una piccola probabilità, uno stoppino fumigante, una canna incrinata sono sufficienti a Dio. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. Lascia un altro anno ai miei tre anni di inutilità; e si fida, oltre ogni speranza. Per lui il bene possibile domani conta più della sterilità di ieri. Convertirsi è credere a questo Dio, non al padrone che minaccia morte, ma al contadino fidente che si prende cura di quella zolla di terra che è il mio cuore. Dio si fida di me, io mi fido di Dio. In questo incontro di fedi, da un raddoppio di fiducia nasce la salvezza. Salvezza è portare frutto, per altri. Come il fico che, se vive solo per sé, non vive. Che, per vivere, deve dare, per la fame e la gioia d'altri, un frutto che permetta ad altri di gustare la vita e di maturarvi i propri frutti buoni.

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